lunedì 6 novembre 2017

Rauti. A cinque anni dalla morte


Con Pino Rauti, nella redazione di Linea Quotidiano, lavorando a "Saperi & Sapori",
un progetto innovativo a tutela delle tradizioni dei prodotti alimentari italiani.
Una battaglia della quale, al tempo, assai pochi ne compresero l'importanza.
Le giaculatorie e i falsi rimpianti della destra attuale non riporteranno in vita Pino Rauti, né ne ricordano con lucidità l'ardore politico e la drammatica attualità delle sue lungimiranti battaglie sociali.
Nella migliore delle ipotesi, sembrano un atto dovuto: un po' poco, per uno come lui.
Con tutti i distinguo del caso, sia sulla fattibilità delle sue proposte (invero ardue, o ardite, come si addice a tutte le imprese coraggiose), sia sugli estensori, più o meno sinceri, delle suddette giaculatorie, sia sulla situazione attuale preconizzata "più e più volte" – come lui amava scrivere – ho comunque la nausea del blaterare di questi emuli che scippano pezzi del suo pensiero "ad usum delphini".
Non soltanto Gianfranco Fini – oramai unico capro espiatorio dell'implosione di AN – è il principale responsabile dell'avvento di questa armata brancaleone che parla di crociate senza aver mai impugnato spade, né difeso croci. Men che meno celtiche.
Anche perché, in quel di Fiuggi, le strade di Rauti e di Fini si separarono. 
E nettamente.
Colonnelli e militanti fecero la loro scelta: AN per un centrodestra moderato che strizzava l'occhio a Berlusconi? o un neonato MSFT, custode delle tradizioni del MSI-DN?
Comunque non importa: definirla scelta opportunistica, ragionata, obbligata o pavida, oggi, 22 anni dopo, rischia di essere l'ennesimo nostalgismo verso quel che non è stato e sarebbe potuto essere. Peccato, ma inutile, se non contestualizzato come errore o comunque come strada già percorsa che non ha portato da nessuna parte.
Alcuni ne hanno giovato, si dirà. Sicuramente. 
E incredibilmente sono quelli che lo ricordano con improbabile trasporto e nostalgia, certi di essere ormai sdoganati da quel "male assoluto" coniato da Fini.
Come scrissi nel pezzo in cui parlo dell'ossessione rautiana per le sintesi, buttato giù di getto il 3 novembre 2012 – all'indomani della sua morte – saranno tanti quelli che millanteranno amicizia, tanti quelli che lo disconosceranno e pochi quelli che lo ricorderanno senza ricorrere ad una retorica nostalgica del fascismo, che egli stesso – con immutato rispetto della memoria, si badi bene – stigmatizzava energicamente, spronando ad "andare oltre". 
Oltre le divisioni destra-sinistra, ma proprio per questo oltre anche i saluti romani, le camicie nere e i fasci littori.
Sembrerà strano, ma Pino Rauti non era l'uomo nero, era una persona con molti sogni, più per gli altri che per se stesso, però.
Pertanto una disciplina ferrea lo obbligava a un pragmatismo che intimidiva e incuteva rispetto.
Occorreva soltanto decidere se averne paura o stima.
Da questa scelta lui capiva chi aveva davanti.
In un libro in preparazione parlerò di tutto ciò e di tanti altri particolari avvenuti in questo nuovo "ventennio".
Facendo nomi e cognomi, ovviamente…

Un suo "allievo",
senza vergogna alcuna,
anzi, con onore e dignitoso orgoglio.



Metadati fotografia
© Massimo Sestini
Canon EOS-1DS
2003-10-03
09:19:39
Didascalia originale: Roma, Pino Rauti Presidente Movimento Sociale Fiamma Tricolore, in redazione con Carlo Pompei della nuova rivista "Itinerari Saperi sapori".

giovedì 26 ottobre 2017

Anna Frank

Trovai il Diario di Anna Frank tra i libri di mio padre.
Lo lessi come leggevo altri libri, senza sovrastrutture ideologiche.
E come avrei potuto? Avevo 5 anni.
Sapevo leggere e scrivere (oltre che disegnare) prima di iniziare a frequentare la scuola elementare, i miei compagni di classe con memoria lunga ricorderanno che risposi alla maestra, che mi interrogava, se voleva che enunciassi l'alfabeto italiano o quello greco.
Fece chiamare i genitori, spiazzata.
Ebbene, tornando al diario in questione - mai più letto per evitare che influenze postume potessero togliermi quella sensazione - mi colpì l'angoscia, il fatto di non potere fare tutto quel che si sarebbe voluto e non tanto il sospetto e la presa di coscienza di una morte prematura.
Lo scambiai per un romanzo vagamente autobiografico e non capivo perché ogni volta che lo prendevo dalla libreria mia madre me lo strappasse dalle mani e minacciasse mio padre al rientro, ammonendolo di non lasciarlo alla mia portata, altrimenti lo avrebbe fatto sparire.
Tutto ciò, ovviamente, aumentava la mia curiosità tanto che, anche se a tratti, lo lessi.
Non saprei citarne una frase a memoria, né una situazione, come ho visto fare con copia e incolla, sono passati 45 anni.
Ma mi chiedo, gli indignati, lo hanno letto tutti?
O se ne sono serviti, tanto quanto gli idioti, a sproposito?
O funzionalmente a che cosa?
Un libro dovrebbe essere un monito, un faro.
Non dovrebbe essere un mito o un culto.
Si tratti delle "bibbie" di ogni religione, si tratti del diario di una adolescente deportata.
A meno che non vogliate declassarlo sul piano di quello di Bridget Jones.
Ritengo chiuso l'argomento.

giovedì 31 agosto 2017

L'esercito delle 12 scimmie

Ogni tanto gli americani qualche film politicamente scorretto lo fanno.
Rimane l'ombra sul fatto che certe cose non le fanno dire da un professore universitario, ma da un pur ottimo Brad Pitt e da un doppiatore fenomenale (sembra Pino Insegno, ma non ne sono certo), con le fattezze di un borderline.
Prova ne è l'embargo culturale e l'ostracismo mediatico creato attorno a figure come Noam Chomsky e Paolo Barnard in Italia.
Spegnete la televisione, parlate, scrivete, incazzatevi prima che ci rinchiudano tutti nel recinto descritto da George Orwell.

venerdì 4 agosto 2017

Politica inclusiva ed esclusiva



In un momento di confusione politica a livelli mai raggiunti prima, sorgono spontanee alcune domande sui processi mentali (le presunte strategie) dei sedicenti leader e quelli (le tattiche adottate) sulle masse di riferimento.
Parliamo di confusione e non di disordine (dis-ordine) come quello che si è verificato in anni difficili della Repubblica: anni di piombo, terrorismo, stragi, tangentopoli fino a giungere alle situazioni che hanno necessitato di governi tecnici più o meno legittimi, etc.
Le parti in campo – per esemplificare – le ridurremo a tre, utilizzando anche categorie desuete che, però – essendo entrate nell'immaginario collettivo – sono di più facile individuazione.
Pertanto parleremo di:
  • Destra (Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d'Italia, Alternativa popolare, etc.)
  • Sinistra (PD, Articolo 1, Sinistra Italiana, etc.)
  • M5S
Se le prime due forze sono più o meno definite – seppur con zone non facilmente incasellabili che sconfinano anche nelle aree extra parlamentari – la terza, ovvero il Movimento© della Casaleggio & Associati (uno sponsor tecnico con Grillo come testimonial, più che un partito), non ha "colore" preciso.
Ciò è la fortuna (ma sarà anche la disgrazia) del "grillismo".
  • Fortuna perché – anche se con manovre molto astute, mirate e monitorate – il Movimento è riuscito a veicolare nella sua fase inclusiva di lancio non soltanto il consenso di parte degli indecisi, ma anche la migrazione dei delusi provenienti da altre compagini, spesso opposte* tra loro.
    * Il sogno di "sfondamento" di molti politici del passato, poi tragicamente naufragato.
  • Disgrazia perchè tenere insieme una massa disomogenea, fondamentalmente scontenta e livorosa è un'impresa che farebbe impallidire anche un redivivo Conte di Cavour.
    Seppur possano contare su uno spirito unificante, ma settario (quindi ora esclusivo), al grido di "onestà".
Analizziamo.

Il Movimento 5 Stelle – nei numeri primo "partito" italiano eletto con il 25% dei consensi, oggi stimato al 28% – nelle Sedute del Parlamento vede ridursi questo suo potenziale decisionale da 1/4 dei seggi elettorali a 1/10 di quelli dell'assemblea, nonostante come valore assoluto preceda e distanzi di 1,3 punti percentuali il miglior inseguitore: il PD.
Ciò a causa di una questione sulla legge elettorale che spacca in due lo stesso PD, partito molto più attento dei 5 Stelle a non perdere neanche un voto dal proprio elettorato storico di riferimento, ma sgangheratamente intenzionato a cercare qualche voto in più (blandamente inclusivo).
Da una parte c'è chi vuole una legge elettorale maggioritaria con premio alla coalizione precostituita che garantisce numeri per attuare una governabilità immediata.
Auspicabile, anche se "poco democratico" (ed esclusivo) a giudizio di molti.
Per altri, invece, è preferibile il Proporzionale che lascia spazio anche alle minoranze (inclusivo), ma per raggiungere la governabilità occorrono alleanze post elettorali che consentano di raggiungere i numeri indispensabili per esprimere una maggioranza, meglio se non troppo "ballerina" che abbia bisogno, ad ogni pie' sospinto, di chiedere la fiducia anche su decisioni minori.

Senza entrare troppo nel tecnico, vediamo dall'immagine in testa, che, mentre il PD è tuttora in gara con M5S, il centrodestra – senza alleanze pre o post elettorali – non ha possibilità alcuna di far da ago della bilancia in Parlamento. 
Tuttavia, per quanto riguarda il cosiddetto centrodestra, ci troviamo di fronte ad una situazione rovesciata rispetto a quella del Primo Governo Berlusconi, dove Bossi con la sua Lega era gregario di Forza Italia. 
Importante, sì, ma sempre gregario, anche se molto indisciplinato e capriccioso, come ricorderanno i più attenti.
La situazione, però, si capovolgerebbe di nuovo se Fratelli d'Italia fosse disposta ad una fusione con Forza Italia.
Numeri interessanti, senz'altro, ma ognuno si tiene i propri, come se in una scuderia di F1 i gommisti boicottassero il lavoro dei meccanici.
Un mix di esclusivo ed inclusivo, insomma.

Tutto ciò, comunque, non basta: quando i voti vengono filtrati e si trasformano in seggi in Parlamento, le prospettive variano di nuovo.

In sostanza, se il centro destra fosse unito, non avrebbe di che preoccuparsi, almeno sulla scheda e sulla base del campione intervistato, mentre M5S e PD non possono che incrociare le dita, i primi per non perdere voti e i secondi per acquisirne (alleanze con Articolo 1 e Sinistra Italiana sono impensabili al momento) o quantomeno per rimanere stabili, cosa nella quale il PCI era maestro per non dover far nulla di più al fine di restare dov'era: sotto l'ascella dei correntoni di sinistra della DC.

Inoltre, M5S – qualora i suoi avversari decidessero di suicidarsi politicamente – si troverebbe a governare in una situazione non invidiabile, tra eredità e futuro, che vedrebbe, in maniera paradossale e grottesca, destra e sinistra unite in una opposizione più numerosa della Maggioranza.
A nulla varrebbero le lamentele sulla situazione ereditata – tormentone ripetuto fino alla nausea dai grillini insediati su piccoli e medi scranni – il governo cadrebbe all'atto d'insediamento.
E il Movimento© sparirebbe per sempre.

In tutto questo – per tornare alle strategie dei leader – sfugge quale possa essere quella di Salvini, ancora scosso in un corto circuito tra esclusivo ed inclusivo, frutto in parte del retaggio secessionista e in parte dell'esigenza (di consenso) nazionalista.
O come leggere quella dell'inclusivo Alfano?
Il "farfallone" che si posa di fiore in fiore?
Soltanto una cosa è certa: sia Salvini, Meloni, Renzi o Grillo ad aspirare al potere, il partito di maggioranza rimane sempre quello dell'astensione e dell'indecisione (50%), spesso criminalizzato dai sostenitori del diritto/dovere di espressione di voto.

Ci piacerebbe essere smentiti, ma sembra che tutti mirino a perdere da martiri, anzichè accollarsi un po' di responsabilità.
Che sia questa la strategia comune?
Tanto gli stipendi sono assicurati e a breve anche i vitalizi, con ulteriori capriole estive.


Rappresentatività del campione:
Popolazione italiana maggiorenne; 
campione: 1.602 casi; 
intervallo fiduciario delle stime: ±2,4%; 
totale contatti: 2.000 (tasso di risposta:80%); 
rifiuti/sostituzioni: 398 (tasso di rifiuti: 20%). 

Metodo raccolta informazioni:
Rilevazione telematica su panel 
Consistenza numerica campione intervistati
campione: 1.602 casi; 
intervallo fiduciario delle stime: ±2,4%; 
totale contatti: 2.000 (tasso di risposta: 80%); 
rifiuti/sostituzioni: 398 (tasso dirifiuti: 20%).

giovedì 3 agosto 2017

Vedere e Sapere

Nei giorni scorsi ho avuto un confronto con un trentenne, sedicente esperto del settore e sbandierante lauree.
È vero, non sono laureato in informatica, men che meno in ingegneria elettronica, ma smonto giocattoli e "diavolerie" tecnologiche da 45 anni circa.
La cosa rilevante è che, quando le rimonto, funzionano.
Meglio di prima se funzionavano male, come prima se funzionavano bene.
La domanda allora è: se funzionavano, perchè le hai smontate?
Per vedere, per sapere, come dal titolo dell'enciclopedia per ragazzi che mio padre mi regalò nei primi anni '70: 14 volumi ben rilegati e dai contenuti ricchi, ma spiegati con semplicità.
È grazie a lui – a mio padre – che sono quella curiosa testa di cazzo che sono.
Non a caso le macchine di Leonardo sono la mia passione. 
Mia madre, invece, era sempre preoccupata che mi "avanzassero i pezzi".
In effetti avanzavano spesso, ma l'oggetto funzionava lo stesso, come per magia.
Ed è in quel momento che capisci che anche l'ingegnere che l'ha progettato, quel componente ce lo ha messo forse per capriccio, per scherzo, per dispetto o forse perchè aveva in mente una funzione aggiuntiva, poi mai attivata, chissà.
Il mio approccio alle cose è questo: smontare.
Un approccio che mantengo anche se leggo una teoria che non mi convince.
Un approccio sviluppato in un periodo nel quale tecnica e tecnologia si andavano fondendo in un'unica "crema" spesso virtuale.
Ma non basta più smontare l'hardware, occorre comprendere il software gestionale.
Paradossalmente, però, chi si occupa dell'uno, non si occupa dell'altro, se non per conoscere i punti di contatto necessari al funzionamento.
Chi fa programmazione non si occupa di ingegnerizzazione (disposizione dei componenti, cablaggi e/o connessioni) e viceversa.
Una specializzazione funzionale alla catena di montaggio e alle politiche produttive e di vendita, ma non alla consapevolezza di ciò che si sta facendo.
Questo lo ha capito l'ingegnere trentenne che nasceva quando io ero già tornato dal servizio militare?

giovedì 27 luglio 2017

Abbattere Monumenti

Abbattere monumenti, prima ancora di rappresentare contrapposizione ideologica, è sinonimo di conflitto generazionale, sempre ineluttabile, spesso miope, talvolta stupido.
Nonni e nipoti vanno più d'accordo di padri e figli, i quali sono disposti a criticare il genitore per ogni frustrazione.
Generazioni alterne coalizzate.
Anni addietro si usava l'occhiataccia o, nei casi più gravi, il sano sganassone.
Abitudini perse in favore di un sempre più diffuso senso di colpa da parte dei genitori per non essere riusciti a regalare la vita che avrebbero voluto per sè e per i propri figli.
Ricordo le bestemmie di mio nonno materno quando parlava della sua prole: 6 femmine e 2 maschi, troppe per aiutare mia nonna in cucina, pochi per aiutarlo nei campi.
Altri tempi, per fortuna, si dirà.
Vero, ma abbattere monumenti può farci dimenticare chi siamo e da dove veniamo.
Con il rischio reale di dover ricominciare tutto da capo, probabilmente facendolo peggio.