lunedì 26 dicembre 2016

Generazioni e musica


Noi nati nei '60, un po' giovani per i Beatles e "quasi giusti" per i Rolling Stones (che non piacevano a tutti), abbiamo avuto la fortuna di vedere, ma soprattutto di ascoltare la più florida produzione musicale che un epoca abbia mai potuto produrre.
Dal primo rock (and roll) di Elvis "the pelvis" al pop di Michael Jackson e Madonna e oltre, trenta anni di musica di ogni genere per ogni gusto.

In mezzo tanta "roba" in ordine sparso: U2, Dire Straits, Level 42, Prince, Billy Joel, Joe Jackson, Chris Rea, The Knack, Bee Gees, Rod Stewart, Marvin Gaye, Black Sabbath, B52, Kraftwerk, ABBA, Lou Reed, David Bowie, AC/DC, Marvin Gaye, Led Zeppelin, Ian Dury, Bruce Springsteen, Patti Smith, Stevie Wonder, Pink Floyd, Brian Eno, Talking Heads, Wings, Blondie, Donna Summer, The Ramones, The Clash, Fleetwood Mac, Bananarama, Bangles, Terence Trent D'Arby, Shade, Sex Pistols, Police, Sting, Queen, Freddie Mercury, Jimi Hendrix, Guns n' Roses, Axl Rose, The Doors, Jim Morrison, Ozzy Osbourne, Nirvana, Kurt Cobain, Amy Winehouse, Genesis, Phil Collins, Peter Gabriel, Janis Joplin, Bob Dylan e TANTI ALTRI.

Alcuni, anche non compresi qui, sono noti per una sola, indimenticabile canzone, altri per una incredibile produttività continua di altissimo livello.
In gruppo o solisti, comunque, hanno marcato a fuoco la memoria di chi ha vissuto quei momenti.

Come avrete notato, ho mischiato generi musicali molto diversi e distanti tra loro, ma ognuno ha contribuito a scrivere una colonna sonora di un periodo, come dicevo, irripetibile.

Dopo la recente perdita di grandi interpreti, come Leonard Cohen, David Bowie e Prince, nel giorno di Natale 2016 (Last Christmas, ironia della sorte, fu un grande successo degli Wham!) è morto anche George Michael, da molti etichettato come una "meteora pop".

Così non è (100 milioni di copie vendute non sono numeri da "meteora"), ma anche se lo fosse, meriterebbe di essere ricordato come un grande artista e una bella persona, morta prematuramente.

Troppo presto, per noi, ragazzi negli anni '80, suoi coetanei, un po' giovani per i Beatles e "quasi giusti" per i Rolling Stones.

domenica 18 dicembre 2016

Perchè indignarsi?


Forse perchè tre anni fa dagli "onesti" ci si aspettava qualcosina di più e di meglio?
Se salgo su un autobus, notoriamente frequentato da borseggiatori, mi tengo stretto il portafogli, ma se me lo fregano in sagrestia mi incazzo col prete.
E qui il prete si chiama Grillo.

Ipotesi A
Il Movimento è purissimo, non ha nessun potere forte alle spalle, quelle su Casaleggio e Sassoon sono favole inventate da troll "nazifasciocomunisti".
Alle prossime elezioni, non potendo contare su macchine del consenso "sospette", 5 Stelle si at
testerebbe tra il 10 e il 25% per cento di valore assoluto.
Un valore di tutto rispetto se fosse stata varata una legge elettorale e relativa promulgazione P.d.R.
In presenza invece di legge elettorale che consente alle coalizioni di divenire maggioranza, l'ipotetica percentuale rimane un risultato degno di nota contabilmente, ma inutile dal punto di vista operativo, considerando anche l'osceno stallo già avuto con il 25%.

 
Ipotesi B
Il Movimento ha alle spalle Casaleggio e Sassoon e, di conseguenza, macchine del consenso ricollegabili a banche e finanziarie internazionali, quindi lobbies.
La legge elettorale è comunque funzionale a coalizioni, pertanto l'ago della bilancia si sposterà i
n funzione di calcoli ben precisi degli altri partiti.
Il movimento, che mai scenderà a compromessi, potrebbe essere pompato oltre il 30%, oppure sgonfiato del tutto.
Varcato il limite percentuale oltre il quale ogni grossa coalizione che attraversasse l'intero arco parlamentare – da destra a sinistra, per intenderci – non riuscisse a mettere in minoranza il Movimento, un ipotetico Presidente del Consiglio, pescato tra i Di Battista, Di Maio, etc., sarebbe chiamato dal P.d.R. a formare una squadra di Governo, con una opposizione schierata e compatta su tutto, pur di contrastare le decisioni pentastellate.
Tale Governo, con maggioranza di misura, sarebbe obbligato a chiedere fiducia su tutto e la otterrebbe su nulla.
 
Ipotesi C
Dittatura.

martedì 13 dicembre 2016

Belle e impossibili
le ragioni del NO

 
Gli ingenuamente puri (è ridondante, lo so, ma è necessario) sostenitori del NO al referendum costituzionale hanno forse finalmente preso coscienza di due questioni già ben note a sociologi e politologi.

Non si offenda nessuno, è un fatto.

  • La prima è che il potere legittima sempre sé stesso (nelle sue declinazioni progressive) in barba al popolo e alla presunta democrazia. 
  • La seconda è che lasciare una Nazione in balìa di inesperti è peggior cosa che lasciarla in mano ai "ladri".

In mancanza di soluzioni, si tratta di scegliere chi sia meno "ladro", ovvero, chi sia in grado di tirare avanti la carretta senza intascarsi tutto.

In ogni attività economica vi è il comparto commerciale e quello produttivo. 
Essi sono complementari, l'uno è niente senza l'altro, hanno mansioni diverse, ma entrambi concorrono al successo aziendale.

Si dirà: "Lo Stato non è un'azienda".
Giusto, comporta motivazioni "etiche" ben più impegnative di quelle dell'ottenere fatturato a tutti i costi.
Tuttavia, sottovalutarne le esigenze comunitarie, i fabbisogni personali e le necessità economiche nazionali verso l'estero è un grave errore.
Probabilmente Berlusconi non è stato "consigliato" al meglio, in proposito.

Pertanto, i "professionisti" – quelli che nella loro vita hanno fatto qualcosa per sé e per gli altri – dovrebbero sostituire quelli che non hanno fatto altro che scaldare il cuscino di una poltrona con il proprio deretano.
Compresi i giovincelli di fresca nomina che, seppur da "soli" (?!?) TRE ANNI abbondanti percepiscono uno stipendio parlamentare per diffondere ovvietà su youtube.

Vi sono varie iniziative in corso, alcune lodevoli e pragmatiche, altre basate su concetti astrusi che, significando tutto, significano nulla.

Non è il politico a saper fare tutti i mestieri, ma chi ha fatto tutti i mestieri a poter (e dover) fare il politico.

lunedì 12 dicembre 2016

Ancora sul cosiddetto "razzismo"

da: http://www.memegen.it/meme/3fpbh6

Ricevendo una educazione pre scolare ed elementare "diversa" dalla media, mi sono sempre trovato a disagio nel calderone del "meltingpot".

Snob? Radicalchic? Razzista?

No, lo snob è colui che non è degno (sine nobilitate), ma ostenta un lignaggio non proprio. Un "vorrei, ma non posso".
Il radicalchic, invece, è un "potrei, ma non voglio", o meglio un "faccio finta" di amare e rispettare tutti.
Il razzista, infine, è colui che – spesso senza tornaconto, ma per paura di perderne qualcuno – oltraggia i diversi da lui.
Xenofobia significa appunto paura dello straniero (del diverso, dell'altro da sé, in estreme visioni contemplate nelle varie declinazioni della psicologia e della sociologia). Spesso confuso con l'omofobo, sarebbe più corretto definirlo eterofobo.
Ovviamente dipende tutto dal significato che attribuiamo alle aggregazioni umane.

Tutto ciò può trasformarsi in odio, ma non ne è sinonimo.
La legittima difesa del proprio territorio, ad esempio, non è razzismo, ma tutela di un ordine che, in fondo, piace a tutti.

Quando, da bambino, venivo trattato male gratuitamente da coetanei con altre abitudini (risposte sgarbate, nulla di più: il bullismo non esisteva), mi chiedevo sempre perché lo facessero.
Poi capii e il servizio militare, con gli ultimi sussulti del "nonnismo", me lo confermò.

Era per paura, soltanto paura.
E tanta insicurezza mascherata da spavalderia.
Crescendo i parametri cambiano, ma le motivazioni rimangono sempre le stesse.
Mobbing e bossing ne sono la dimostrazione.

Se funziona un "socialnetwork" e non funzionano i rapporti interpersonali reali, forse, è per il medesimo motivo.

domenica 11 dicembre 2016

Miseria e nobiltà

 

C'era una volta un Re che aveva sudditi felici.
Essi pagavano le tasse, ma lo facevano volentieri, poiché il monarca, in cambo di servigi e balzelli, restituiva loro cose ben più importanti del denaro stesso.
Offriva sicurezza e la possibilità di svolgere mansioni e prestazioni correttamente retribuite, poiché scambiate in un'area "felix".
Così accadeva che il sarto e il calzolaio potessero permettersi buona alimentazione e che il contadino e l'allevatore potessero permettersi vestiti e calzature. Comodi e su misura.
Anche il commercio con le zone limitrofe era fiorente, poiché la fama della forza militare potenziale del regnante andava oltre i confini del Regno stesso, generando pace e prosperità.
Egli era rispettato da tutti – e tutti gli riconoscevano nobile lignaggio, derivato più dal comportamento che dal sangue reale – ma soltanto i suoi sudditi sarebbero stati disposti a combattere per lui: essi ne avevano stima, gli altri soltanto paura.

Un giorno, un vassallo di un feudo limitrofo – che era odiato dai suoi sottoposti poiché non utilizzava le tasse per rendere florida la propria comunità, ma per bramosia di conquista – dichiarò guerra al proprio Re, il governante dai sudditi felici.
Poiché – così facendo – era venuto meno al giuramento di fedeltà, le sue armate erano costituite solamente da spietati mercenari al soldo (soldati) che, si narra, sembra avessero la forza di dieci uomini ognuno.
I suoi sottoposti non combattevano per giuramento traslato al Re, né avrebbero potuto fisicamente: erano deboli e malati.
Inoltre rispettavano il vassallo per paura e non per stima.
Ben presto i mercenari disertarono uno ad uno, le derrate scarseggiavano: senza un popolo florido e produttivo e l'azzeramento dei commerci, la possibilità di pagare i soldati si ridusse, fino a sparire.

Gli ultimi "soldati" si vendicarono uccidendo il vassallo guerrafondaio caduto in miseria e partirono alla volta di un altro sciocco.
Il Re non dovette scoccare neanche una freccia e non uno dei suoi sudditi morì per mano di un mercenario.

Essere "signori" con i soldi è facile, è senza soldi che si distingue il vero Signore.
Ma, soprattutto, è fondamentale che la misura del rispetto sia sempre la stima e non la paura.

venerdì 9 dicembre 2016

Elezioni subito?


Quattro gatti uniformati non possono essere assimilati a milioni di scimmie ammaestrate (male).
I primi si autogovernano spontaneamente su base comunitaria, le seconde rubano banane.
Anarchie e monarchie vi sono anche nel mondo animale, democrazie, no.
Ciò porta ad una riflessione: il decisionismo improvviso di partiti e movimenti, all'indomani del presunto flop di Renzi, apre un ventaglio di opzioni.

Partiti che vogliono andare subito alle elezioni.
"Senso eroico" e stupidità (suicidio politico) e consapevolezza di facile vittoria, contraddistinguono chi ora reclama a gran voce una consultazione politico elettorale immediata.
A voi l'individuazione delle categorie.
Un aiutino, anzi due.

Tutti gli avversari di Renzi, anche quelli interni, ma inconsapevoli dei colpi di coda del toscano.

Tra questi, Grillo è ora soddisfatto di quella legge elettorale – aborto informe, figlio di Mattarellum e Porcellum – che voleva ridiscutere.
Sembra che scegliamo definizioni per farci sfottere dalla politica internazionale, ma tant'è.

Delle due, l'una.
- È interessato al potere fine a se stesso?
Dato il personaggio (frustrato) potrebbe essere e, in questo caso, starebbe prendendosi gioco del proprio (ingenuo?) bacino di consenso, oramai molto esteso, ma destinato a ridimensionarsi per impossibilità a mantenere promesse populiste in fase di governo.
- Oppure è ingenuo e facilone, ma fondamentalista, proprio come il suo elettorato?

In entrambi i casi non si paventa un futuro roseo.

Nota
A me non interessa l'agone politico fine a se stesso, men che meno la tifoseria da stadio, a me interessano le sintesi per poter arrivare a stilare una revisione di ordinamento costituente realmente equo che gestisca una società ove ognuno, messo in condizione di fare la propria parte, la faccia, senza sacrifici fiscali eccessivi e con grande entusiasmo.
Lavorare per pagare le tasse non piace a nessuno.
Lavorare per produrre ricchezza e sua ridistribuzione piace ancora a molti, gli altri si adegueranno.

Punto troppo in alto?
Da vecchio artigliere so dove mirare, se voglio colpire.

RIFLESSIONI CON ESTREMA LENTEZZA
di Fabrizio Borni


A quanto pare questo referendum un bel casino lo ha creato.
Ora è comprensibile che il Movimento 5stelle voglia andare immediatamente alle elezioni ed è anche molto probabile che vinca, se ciò accadesse. 
Quindi legittima la sua richiesta.
Meno comprensibile è la scelta di andare alle elezioni anticipate dichiarata da partiti minori che non credo possano avere risultati soddisfacenti a tal punto da governare (ma probabilmente non gli interessa), se non addirittura sciogliersi come il ghiaccio nell'acqua calda. 
Ora io mi domando se non fosse stato meglio arrivare al 2018 perché non credo sarà così semplice andare a febbraio ad elezioni e la cosa mi preoccupa per vari motivi


Mi rimane difficile dare fiducia ad un movimento, che ho conosciuto abbastanza da vicino, che dichiara di non allearsi con nessuno.
Certo non allearsi è anche una scelta legittima e strategica e chi può permetterselo ovviamente ci specula su, ma quel NON allearsi significa NON PARLARE con nessuno.
Se non sei del movimento sei fuori, anche se fai bene (Parma insegna).

Ecco io dico agli italiani con tutte le ragioni che hanno per essere arrabbiati: “si può accettare un governo di questo tipo?
Davvero il movimento è in grado di cambiare l'Italia subito?
Di risolvere i problemi dei terremotati?
La disoccupazione?
Case a chi non ce l'ha?
Oppure ne siete convinti perchè la rabbia vi acceca.
Ma poi questa rabbia concretamente in che cosa consiste?
Nel fatto che non c'è lavoro?
Che le tasse ci spolpano?

Beh, dovremmo andare tutti un po' a fondo alle cose e comprendere – anche se non si è renziani come me – quello che è stato fatto in questi 1000 giorni e sono sicuro che molti di quelli che festeggiano il NO farebbero un passo indietro.
E non sto qui a spiegare ne a difendere Renzi.

Io i miei dubbi ce li ho soprattutto perché non mi pare che ci siano stati CAMBIAMENTI così ECLATANTI li dove il 5Stelle sta governando (vedi Roma) e la stessa Pomezia, dove il parametro di una buona amministrazione dovrebbe misurarsi con un aumento di capacità produttiva, PIL, diminuzione della disoccupazione ecc.

Tra l'altro devo dire che, avendo avuto esperienze politiche e non per poco tempo e nemmeno in una minuscola realtà, ed avendo interagito a volte anche con eloqui duri nei confronti di politici della mia o dell'altra parte, c'è stato sempre un confronto democratico che non ha mai chiuso ne cementato qualunque possibilità al dialogo seppur energico e non condiviso, cosa che nel movimento non ho riscontrato

Nessun mio “amico” , ad esempio, di qualunque partito egli fosse, mi ha tolto l'amicizia da facebook perchè non condividevo le sue argomentazioni o quelle del suo partito; col movimento non c'è stata questa possibilità.
A parte qualche persona che probabilmente mi conosce più a fondo e mi stima, sindaco e vicesindaco grillini mi hanno tolto la parola appena ho esternato dubbi su loro scelte che si dimostrarono poi concretamente ed effettivamente sbagliate.
Comunque al di là di questo ci tengo ad invitare, senza presunzione ne arroganza, a riflettere con la testa, prima che con la pancia, perchè ne va del bene di ognuno di noi e comunque alla fine più o meno a qui ci siamo arrivati tutti.
Certo è necessario cambiare, ma cambiare innanzitutto i volti della vecchia politica, ma bisogna ritrovare leader affidabili, credibili che mi pare siano davvero pochi e tra questi Renzi lo era di certo, come lo è Berlusconi, come lo è Grillo (anche se gli stessi grillini non lo definiscono tale).

È molto facile vedere sempre tutto quello che non va.
È più facile criticare, accusare, denigrare, offendere che agire per costruire.
Cavalcare l'onda del dissenso è proficuo per tutti coloro che hanno l'ambizione di eleggersi a paladini del buon sapere e del buon fare, ma poi la storia ci ha insegnato che i fatti presuppongono azioni molto concrete, impopolari e, a volte, addirittura antipopolari.

Io sono scettico di fronte a tanta ostentazione di onestà, di buoni propositi, di umano candore.
Ho capito che il miglior agire politico non è tanto in un partito o movimento che sia, ma proprio nello scambio, nel confronto.
Sostenere le argomentazioni o le leggi quando sono giuste per il popolo e non per il partito.
Quindi o il 5Stelle è una sorta di prodotto divino o extraterreno che sa risolvere tutto senza alcuna collaborazione esterna o confronto esterno a loro, oppure io mi preoccuperei non poco se dovessi avere un loro governo ed essere un elettore perdente di qualunque altra forza politica.
Non sarei più rappresentato in nessun modo.
Perchè comunque non potete dirmi che anche quando avete sostenuto “i perdenti” comunque non vi siete sentiti rappresentati.
Con loro prevedo l'annientamento di tutto ciò che loro non è; e non mi si dica che ognuno vale uno perché ad ogni mia richiesta seria di incontro, anche attraverso amici a 5Stelle, con alcuni del direttorio non ho mai avuto riscontro positivo.

Staremo a vedere, ma non credo che tutti staremo anche lì fermi a guardare.

Fabrizio Borni

martedì 29 novembre 2016

domenica 27 novembre 2016

Sul referendum


"Uniforme" e "Divisa". Due termini per definire un abbigliamento di status.

Sono sinonimi o contrari? Dipende.

A prescindere dal significato "tessile" (completo, spezzato, etc.), l'uniforme è assegnata ad un Corpo (Forze dell'Ordine, Esercito, etc.) per distinguere chi la indossa dai manifestanti e dai "rivoluzionari", mentre la divisa è assegnata ad una categoria: i commessi si distinguono dai clienti per abbigliamento "uniformato tra essi".

Mai recarsi in un centro commerciale con una polo del medesimo colore degli inservienti, avrete uno stuolo di clienti che vi chiederanno informazioni, ma, al tempo stesso – scocciatura a parte – avvertirete uno strano potere su quelle persone: potrete essere disponibili con loro, aiutandoli, oppure potrete divertirvi a depistarli (a volte lo faccio, se non sono gentili).

Le distinzioni (l'abito fa il monaco, tema già affrontato), possono essere di natura più sottile: giacca e cravatta contro un jeans e una maglietta.
Ma non soltanto.
Da ragazzino, ad esempio, pensavo che i ricchi fossero biondi, alti e belli, mentre i poveri fossero bruni, bassi e brutti. 
Piccola cultura condominiale nazista ed introspettiva, evidentemente.
Poi Berlusconi cambiò la prospettiva… :)

E veniamo al punto.

Il referendum – paradossalmente – anziché unire, divide in un dualismo popolare (Sì, No) che contravviene alla presunta regola principale della Democrazia, la quale dovrebbe obbedire alla totalità, mentre – nei fatti – soddisfa il volere della maggioranza, la quale, per intrinseca natura duale, presuppone una minoranza delusa.

Ciò apre un'altra discussione.
E cioè, che – analizzando a fondo – sia una minoranza eletta (politici, legge elettorale) a decidere quale maggioranza popolare debba avere la meglio sulla minoranza di medesima categoria.
Divide et impera, solito giochino.
Questo accade perché la Democrazia viene percepita ed usata come un fine (funzionale alle elite) e non come un mezzo per raggiungere lo Stato perfetto (che, peraltro, non esiste).

Votare per reazione non è un valore democratico.
L'onestà è un presupposto, non un valore aggiunto.

Spazzare via Renzi?
Benissimo, mi sta pure antipatico, ma dopo?
Qual'è il piano B?
Ce ne è uno?

Politica non è simpatia, ma governabilità.

Cultura non è aver letto libri, ma avere "scaffali mentali" ove riporli e recuperarli al bisogno.

Pertanto, non puoi essere più stupido di ieri, ma puoi esserlo in egual modo.

Quindi non crescere equivale a decrescere, ma non felicemente.

sabato 12 novembre 2016

L'abito fa il monaco?
Ius soli for dummies


L'abito non è il vestito, ma l'habitus, cioè l'abitudine, ovvero il modo di comportarsi in funzione delle proprie peculiarità/possibilità e delle risorse cui si ha accesso.
Queste, poi, sono influenzate:
- in positivo da intelligenza, talento, esperienza maturata e messa a frutto, nonché dalla coesione sociale, come vedremo più avanti;
- in negativo, ma non sempre, da classe sociale, ambiente circostante, sia geografico che umano, provenienza.
Vediamo.
L'habitus è analizzato nella teoria del sociologo Pierre Bourdieu, che lo definisce: 
«un sistema di schemi percettivi, di pensiero e di azione acquisiti in maniera duratura e generati da condizioni oggettive, ma che tendono a persistere – e questo può essere un problema, n.d.a. – anche dopo il mutamento di queste condizioni».
L'habitus, pertanto, genera azioni che sono proprie di un gruppo o classe di appartenenza: 
«L'habitus non è dunque né universale, né specifico a un individuo».
Sempre secondo Bourdieu, infatti, 
«l'habitus è fattore della riproduzione sociale e culturale»
quindi localizzato e, poiché determina "regolarità" – che, per intrinseca natura, sono prevedibili – queste possono essere utilizzate da alcuni a danno di avversari o a beneficio di alleati.
In ogni caso influenzano la vita della comunità, sia in attivo che in passivo.

L'abito fà il monaco, quindi?
Sì e no, dipende dal contesto, se coerente e non "coatto" da e con il "vestito" indossato.
In conclusione, ogni popolazione ha il governante che merita, mentre un Popolo che ha il medesimo habitus – a prescindere dal colore della pelle (etnìa tout court), ma non dalle proprie abitudini, cioè culti, necessità, desideri e bisogni – può definirsi tale ed aspirare ad avere un "rappresentante che rappresenti" tutti e non soltanto se stesso come "dominus, sed etiam unicum".

Esclusivamente su quel terreno (humus ed estensione territoriale) potrà attecchire la vera democrazia, ma è molto, troppo, difficile che ciò avvenga.

Chi afferma che una convivenza "coatta" sia possibile, racconta una favola nella quale è il primo a non credere, ma nella quale deve far credere altri per proprie esigenze.

domenica 30 ottobre 2016

Trump, gli sceriffi
e le paçionarie finte


Guardando la carta qui sopra sembrerebbe che i voti di Trump siano confluiti per lo più da un consenso di matrice "provinciale" e geograficamente compatto (interessante il raffronto con i dati definitivi dei confronti Obama-McCain e Obama-Romney). 
Un po' a dire (ma andiamoci piano) che l'America degli sceriffi intransigenti come Teasle ("cardo spinoso", quello interpretato da Brian Dennehy in "Rambo") o di quelli solo apparentemente mollicci (come quello interpretato da Stallone e tallonato da De Niro in "Cop land"), ha avuto la sua rivincita.

"Rambo" è ambientato in una cittadina immaginaria, Hope (speranza, che fantasia, eh?) nello Stato di Washington, che comunque conta località dal medesimo nome. 
In realtà venne girato nella vera Hope, situata in Canada.

Sylvester Stallone e Brian Dennehy in "Rambo"

John Rambo è reduce dal Vietnam, la guerra più folle degli Stati Uniti (a patto che ne esistano di sane), mentre Teasle, lo sceriffo, è un reduce della guerra di Korea, meno nota.
"In città la legge sono io", afferma lo sceriffo "fascista". 
E così, Rambo – un "fascio-comunista" come pochi mai apparsi sul grande schermo – se lo porta a spasso nella foresta, dove la legge non arriva, anzi, passa di mano (e di pugnale). 
Insomma, un casino: dalla difesa del territorio alla questione personale alla difesa di un altro territorio.
Potremmo dire che anche Donald ha portato Hillary a fare una passeggiata nel bosco conservatore, ma stavolta il lupo cattivo si è mangiata (e digerita) Cappuccetto Rosso.

De Niro e Stallone in "Cop Land"

Gli Stati Uniti sono un coacervo composto da "intrusi", da chi non li vuole e da chi non ne può più di averne: una forza elettorale (e non soltanto) difficile da valutare, poiché è in grado di aggregare in un attimo milioni di persone che condividono un medesimo disagio, a prescindere da quale sia. 
Probabilmente è qui l'errore principale dell'entourage Clinton: una sottostima non dei desideri, ma dei bisogni degli americani di "seconda fila" delusi da Obama. 

Oltre all'impresentabilità della candidata che ora vediamo nei particolari.


I voti alla "moglie di Bill" (vecchio puttaniere peggio di Trump, altro problema di comunicazione verso l'elettorato femminista, zoccolo duro dei DEM), invece, arrivavano da lobbies più o meno dichiarate: dal mainstream alle multinazionali di vari settori – in primis quello cinematografico, in capovolgimento rispetto agli anni '60, durante la Guerra Fredda, quando i comunisti venivano ostracizzati (altro film da ri-vedere: "Indiziato di reato", Guilty by Suspicion, sempre con De Niro, di Irwin Winkler, sul Maccartismo) – e dal politicamente corretto all'establishment, sia insediato che futuro e "rampante".

Il tutto è di matrice molto più metropolitan-urbana, tanto è vero che le manifestazioni anti Trump sono cittadine e non soltanto per utilità e comodità di raggiungimento dei palazzi governativi davanti ai quali protestare.
Qui la composizione è molto più semplice da individuare e conteggiare – seppur numerosissima (la densità abitativa per kmq di New York o Washington o altre metropoli è migliaia di volte superiore a quella di zone semidesertiche) – ed è più inquadrata (ovviamente, dal lato fisico, e paradossalmente, da quello politico-militare) rispetto alle "schegge impazzite" scarsamente controllabili dell'hinterland.
Si potrebbe sintetizzare che la "crosta" americana ha votato per la Clinton, mentre il "nucleo" ha votato per Trump. 
Anche se, alcuni Stati – tra i quali l'Illinois, notoriamente "razzista" (virgolette d'obbligo), ma ex feudo di Obama – hanno rovesciato le previsioni di voto, così come si è avuto un risultato non auspicato negli Stati del Sud, ma già ampiamente preannunciato nelle proiezioni.
Compatta per la Clinton la "West Coast" – quella affacciata sul Pacifico – mentre sull'Atlantico hanno retto soltanto le roccaforti del citato establishment.

Ammesso (e non concesso) che il mio ragionamento sia giusto, esclusi brogli elettorali (che i candidati avrebbero potuto peraltro mettere in atto, date le possibilità di entrambi), resta da verificare se l'errore della macchina elettorale DEM sia stata, in definitiva, proprio la democrazia.
O meglio, la sua struttura portante: il suffragio universale. 
Oltre al danno, la beffa: Platone se la ride a crepapelle, la sinistra un po' meno.
Renzi fa il sornione, ma accusa il colpo…

E quindi veniamo all'Europa, anzi all'Italia. 
Paragonare Trump a Salvini e la Clinton alla Boldrini (solo per fare due nomi di riva opposta in voga tra i più contestati nei social) può avere forse un senso esclusivamente se si considerano le "pezze d'appoggio" di entrambi, ovvero: chi sono, che cosa fanno (o hanno fatto, sia loro che i parenti e amichetti) e, soprattutto, tenendo ben presente che l'Italia non è l'America.

Estensione territoriale, densità di popolazione, diversità di etnìe aventi pari diritti (suffragio), ordinamenti geo-politici (governatorati), sistema elettorale e legislativo (ripartizione seggi, Congresso, etc.), problematiche socioeconomiche (ricchezza e povertà dalle disparità incolmabili) e risorse disponibili, sono parametri da tenere sempre in debito conto.

Anche perché, alla fine dei fatti, è la governabilità ciò che conta veramente, a prescindere dall'esito delle urne.
Dopo i festeggiamenti di rito, quindi, al neo presidente spetterà un ruolo niente affatto facile, soprattutto perché vincere "democraticamente" per un Repubblicano miliardario conservatore rappresenta un immane paradosso.
E lui lo sapeva prima, ma – forse – lo teme adesso.

Ai più volenterosi consiglio "La crisi del Capitalismo. Pirou, Sombart, Durbin, Patterson, Spirito". Sicuramente datato (e, quindi, per certi versi, anacronistico), ma utile per capire sviluppi ed inviluppi della società occidentale pre e moderna e cercare di immaginare la postmoderna di qui in poi.
Per i più pigri, oltre ai già citati, c'è una vasta filmografia americana di riferimento, tra cui citiamo "Tutti gli uomini del Presidente", di Alan J. Pakula con Robert Redford e Dustin Hoffman e Good Night, and Good Luck del 2005 di e con Grant Heslov e George Clooney. Con David Strathairn, Jeff Daniels, Patricia Clarkson, Frank Langella, Robert Downey Jr ed altri.
Basta saper leggere tra le righe.
Per tutti (ma non per tutti), invece, approfondimenti ed integrazioni qui.

Smanettoni pigri
e tecnofobi iperattivi


Se quelle del titolo vi sembrano due contraddizioni, non vi state sbagliando, ma, non per questo, la negazione di esse le farà sparire a mo' di sortilegio.
In un'epoca turbo tecnologica, ma al tempo stesso decadente*, dopo millenni più o meno bui trascorsi al lume di candela e dopo il "secolo breve", stiamo vivendo…

il secolo velocissimo


Tralasciando ipotesi di "illuminazioni" aliene o sovrannaturali – che lasciamo (per nostra incompetenza e con rispetto) ai cultori di materie esoteriche ed ufologiche, i quali sosterrebbero un aiuto terzo nel progresso tecnologico – avalliamo la tesi, più facilmente dimostrabile, secondo la quale "la tecnologia accelera la tecnologia", ovvero la miniaturizzazione e la ri-produzione seriale.
Basti pensare, ad esempio, all'enorme differenza che passa tra un VHS o una "musicassetta" magnetic-analogici e un DVD/CD digital-ottici o addirittura un file audio/video, con il quale la replicabilità diventa pressoché illimitata, date le dimensioni di stoccaggio su supporti sempre più piccoli, ma sempre più capienti.
Ciò genera mercato, ma incrementa anche il suo opposto: la pirateria informatica**.
Quel che accade è una separazione, diremmo una frattura in due della società: da una parte hacker, smanettoni, nerd***; dall'altra coloro i quali rifiutano a priori la tecnologia galoppante per dato anagrafico, per paura, o, probabilmente, per combattere una frustrazione verso la quale si sentono impotenti.
Paradossalmente, però, come dicevamo nel titolo, sono gli ipertecnologici ad essere "pigri" nelle attività umane, mentre i secondi si affannano a raggiungere qualcosa che, tutto sommato, non gli interessa.
Un mondo strano, diremmo al contrario, soprattutto se pensiamo che "digitale" significa fatto con le dita, con le mani, ma non solo su una tastiera o su un touch screen…
* Per approfondimenti documentati sulla decadenza, sulle sue caratteristiche e le tipologie umane e sociali di riferimento, rimandiamo al documentatissimo libro – di prossima uscita – di Carlo Gambescia "Passeggiare tra le rovine".
** Ci riserviamo di approfondire la questione, qui semplificata, in un altro post dedicato.
*** Neologismi che contraddistinguono gli "ipertecnologici".

mercoledì 26 ottobre 2016

Legittimazione e delegittimazione



In politica – sia interna che estera – ci sono avversari e alleati, non amici e nemici.
Ciò avviene attraverso la legittimazione del concorrente, come in qualsiasi "competizione" civile: dalla gara di nuoto al torneo di calcetto, dal concorso alle poste al candidarsi come "deputato" (incaricato dal popolo a svolgere mansioni gestionali ed amministrative), occorre una iscrizione mediante la quale si diventa individuabili, per essere sanzionati o premiati, a seconda della condotta.
Nel caso del politico la sanzione e la premiazione sono rappresentate, al primo livello, da rieleggibilità e conferma di mandato, con relative prebende che non fanno schifo ad alcuno.
Ma "legittimo" significa secondo legge vigente, ovvero che accetta le norme, le regole preesistenti.
Ciò premesso, arriviamo al punto.

Il "rivoluzionario" non sarà mai "legittimo", poiché avversa la legge ed i suoi legislatori ed estensori.
Nel momento nel quale l'accetta – cioè viene eletto ed "accoglie" il mandato – il suo status di "rivoluzionario" cessa all'istante, se mai lo è stato, date le modalità "legittime" con le quali ha conseguito la poltrona.
Non importa se è stato votato da altri "rivoluzionari", quelle modalità che molti confondono con quelle della legittimazione, hanno un nome composto e ben preciso: "colpo di Stato".
Cioè, a dire, un sovvertimento dell'ordine precostituito e precedente.
Ciò si ottiene esclusivamente con le armi, piaccia o meno.
Molti sembrano ignorarlo, anche se indossano la maglietta del "Che" Guevara.
Per pigrizia, incompetenza, comodità, pavidità?
Non cambia nulla, il risultato è il medesimo: stallo istituzionale e sterilità politica.

Qualora i concorrenti si delegittimino a vicenda, poi, da avversari diventano nemici.
In politica estera viene dichiarato lo stato di guerra e sono gli Stati a divenire attori in causa.
In politica interna è più complesso: la guerra civile non ha dichiarazioni, né date di inizio, né regole di ingaggio, né campi d'azione definiti.
Potrebbe non essere solo fisica (terrorismo), ma anche subdola, come quella economica con i suoi corollari di stupido pacifismo per tenere a bada i tumulti.
E, mi sembra, sia ciò che sta accadendo.

mercoledì 19 ottobre 2016

SemplificAzioni pericolose

 
Il Rasoio di Ockham (Occam, italianizzato dal latino) è un principio comodissimo e pratico per risolvere problemi inquinati da infra e sovrastrutture inutili.
 
Tuttavia, spesso, specialmente in materia di legalità e giustizia, esso si confonde con l'inversione dell'ONERE della PROVA.

Questo malcostume – non individuato o colpevolmente accettato dalle istituzioni – anziché favorire il corretto corso della giustizia, finisce per danneggiare chi non può difendersi.

Un esempio: se vi accusano di omicidio, dovete avere un alibi, altrimenti siete nei guai.

Ecco che l'unico modo per uscirne bene è l'alibi (che non avrete), mentre il vero colpevole se lo sarà costruito a tavolino, prima di compiere il crimine o il reato.

Inoltre, l'alibi – magari debole – che potreste avere, non è sufficiente a scagionarvi del tutto.

Questo è il motivo per il quale non bisogna scadere nei complotti, ma, verosimilmente, neanche credere che quanto afferma un "eminente accreditato" sia necessariamente vero (in buona o cattiva fede che sia).

Non tutto è scritto nei libri che hanno (forse) letto.

In sintesi, per tornare ad Ockham, non tutti sono disonesti, ma ciò non equivale ad affermare che alcuni siano onesti o disonesti, basandosi soltanto sul recinto che li circoscrive o dal quale si discostano.

venerdì 16 settembre 2016

Ritorni alla realtà

Avevo circa 5 anni quando mia nonna mi portò con lei alle gabbie dei conigli, in Umbria.
Arrivammo al loro cospetto e mi chiese: "Quale ti piace?"
Io ne scelsi uno molto carino, un po' più piccolo degli altri, bianco e nero, aveva una faccetta vispa e interrogativa.
Già pensavo di portarlo con me a Roma come futuro compagno di giochi.

Mia nonna sollevò il coperchio della gabbia dall'odore nauseabondo, lo prese per le orecchie, gli fratturò le zampe posteriori fissandole in un cassetto del banco di lavoro di mio nonno, prese una chiave inglese pesantissima e arruginita e, con un colpo secco in testa, lo uccise.
Poi gli tagliò il ventre, ne tolse le interiora, gli sfilò la pelliccia come si fa con un calzino e lo lasciò penzolante per le zampe posteriori incastrate nel cassetto a scolare sangue sul pavimento.
In lacrime le chiesi: "Perché?"
Lei rispose in dialetto umbro: "Non volevi quello? Deciditi, mica posso ammazzarli tutti!"

mercoledì 7 settembre 2016

GIGGI & VIRGI


Nessuno vi chiedeva la bacchetta magica, ma voi avete detto di averla e di saperla usare.
Nessuno vi chiedeva l'apriscatole, ma voi volevate aprire la scatoletta.
Le promesse elettorali dei vecchi partiti sono una cosa deprecabile, le illusioni dei nuovi sono pericolose, sia per chi ci crede, sia per chi le propina.
Il problema è tutto qui.
La differenza tra fare politica (bene o male) e cercare un modo per farla, non avendone la più pallida idea.
Buona fortuna

lunedì 5 settembre 2016

Siamo tutti opinionisti?

Chi straparla di giornalismo senza ragion veduta (deontologia professionale) e senza cognizione di causa (dinamiche redazionali), lo fa con la stessa sicumera con la quale io potrei parlare di un intervento chirurgico.
Vedendo un preoccupante aumento di opinionisti "fuoriporta", mi chiedo: se portano l'automobile dal meccanico, queste persone, pretendono di insegnargli come aggiustarla?

Una cosa è pontificare senza titolo, altro è esprimere dubbi (legittimi) sull'operato e le sovrastrutture che lo determinano, ma bisogna conoscerle almeno un po'.

Altrimenti diventa un mondo di tuttologi, dove tutti parlano e nessuno sa, nessuno fa, nessuno sa fare, nessuno sa far fare, nessuno sa far saper fare.

Azzerare categorie non è mai una vittoria: dall'epurazione professionale a quella fisica, il passo è breve.
E non mi riferisco soltanto ai giornalisti (o ai geologi…).

sabato 3 settembre 2016

Noi siamo italiani


Ben vengano vignette come quella di Charlie Hebdo. 
Mi piacciono? Assolutamente no, neanche quelle che fanno ridere, ma questa è una questione di gusti, sia grafici ed estetici, che di contenuto.
E soprattutto, siete sicuri che satira e sarcasmo debbano far ridere?

Scrissi di Vauro e della sua vignetta che ritraeva il "burattino Grillo", appena morto Casaleggio.
Fiumi di indignati a 5 stelle, neanche avesse ritratto il cadavere sul letto di morte imbottito di banconote derivanti dalla pubblicità della Casaleggio&associati.

Leggo su internet che la manovra di Hebdo, sarebbe pubblicitaria: per vendere di più? O per attirare inserzionisti? 
Ecco, per parlare delle cose occorre conoscerle dall'interno, e tu, caro giovane giornalettista abusivo che invochi etica gratuita (?!?) da una testata web provinciale che non ha soldi neanche per far correggere i refusi, sappi che l'unico sistema per non avere pubblicità è ricevere contributi statali: vendite ed abbonamenti non bastano per sorreggere neanche un campione di tiratura completamente esaurita.

Pertanto gli indignati (sì, gli stessi che esponevano il tricolore francese, per una solidarietà tanto inutile quanto non richiesta dai "cuginetti d'oltralpe"), dovrebbero analizzare le situazioni, non lasciarsi trascinare dalle emozioni.
Gente che si pente di aver esposto solidarietà: era prevedibile, no?
Il patriottismo a corrente alternata ha sempre generato mostri.

Inoltre c'è condanna e indignazione per la prima vignetta, quasi comprensione per la seconda.
A me, invece, fanno l'effetto contrario. 
In primo luogo perché rispondere con una vignetta e non con un comunicato stampa della direzione, non è procedura corretta.
In secondo luogo perchè le antiche case crollate di Amatrice non le aveva certo costruite la mafia, semmai la mafia avrebbe poi agito tramite la burocrazia di Stato per impedirne la messa in sicurezza, ma il discorso si fa complesso e con una vignetta "riparatrice" si finisce per ingarbugliare tutto in maniera ancora peggiore.
Chi pensa, infatti, che la seconda sia una sorta di tentativo di scuse per i morti del terremoto, sta vedendo ancora una volta lucciole per lanterne.

Noi siamo ITALIANI, nel bene e nel male: siamo cattivi e invidiosi. 
Ma poi siamo romantici, troppo buoni, anzi troppo buonisti: nessuna medaglia al valore a chi dona due euro e nessuna medaglia al valore a chi salva una vita sotto le macerie.
Doveroso rispettare e onorare i morti, altrettanto doveroso è onorare i vivi che lo meritano. 
Per questo motivo, ben vengano vignette come quella di Charlie Hebdo… Per capire. 

venerdì 26 agosto 2016

Sismografi, sismologi, esperti, opinionisti…

Il fatto è uno solo, ed è FISICO.

Una delle poche cose rimaste in piedi ad Amatrice è il campanile.
La struttura probabilmente più alta, più stretta e forse più antica del paese.
Ovvero la costruzione più a rischio di perdita di baricentro in un sisma ondulatorio o con scarico di pesi concentrati su un'area di base ristretta nel caso di un sussultorio.
Vale a dire: o cade subito su un fianco o si sbriciola su se stessa tipo torri gemelle.

Ad Accumoli, invece, la torre campanaria è crollata su una casa (apparentemente solida) uccidendone gli occupanti nel sonno.

Il campanile di Accumoli era stato anche restaurato da poco, il che significa che l'intervento umano ha potuto fare poco o nulla per evitare la tragedia.

La magnitudo è marginale, quando le costruzioni non sono pensate per resistere: già Fidia (2500 anni fa!) sapeva calcolare la giusta entasi di una colonna. 
Oppure: provate a far crollare una piramide.

PS: Mercalli e Richter non possono essere messe a confronto: la prima misura gli effetti sulle cose, la seconda misura l'intensità (energia, in joule) delle cause.
Inoltre epicentro ed ipocentro forniscono indicazioni utili per indagare su queste ultime.

giovedì 25 agosto 2016

Solidarietà "all'amatriciana"


All'indomani dell'ennesima tragedia – forse prevedibile, evitabile, limitabile, riducibile, non so – ho rilevato che molte persone hanno sfruttato il momento per mettersi in mostra.
Non è grave come saccheggiare le rovine, o speculare sulle ricostruzioni e sui palinsenti TV, d'accordo, ma come principio non vi si discosta molto: sempre di una sorta di sciacallaggio si tratta.
Analizziamo.

Partendo dal presupposto che se ti è crollata la casa in testa non pensi e non puoi pubblicare su un socialnetwork, capisco il post istintivo dettato dalla paura immediata e dal bisogno di sapere se i tuoi amici e i tuoi cari stanno tutti bene (ma basterebbe una telefonata, ove possibile), oppure quelli che richiedono o forniscono informazioni e consigli.

Tutti gli altri sono stati una inutile occupazione di spazio utile.

Alla fine non siamo molto diversi da Bruno Vespa che, dopo una clamorosa gaffe sui "pochi morti", interrompe l'unico intervento giustamente "polemico" di una sua ospite per lasciare spazio ad una inutile e fintamente incazzata carrellata sui terremoti del '900…

PS: Sulla raccolta fondi con i piatti di "amatriciana": va benissimo la solidarietà popolare spontanea, un po' meno che a farsene fregio siano personalità pubbliche e/o istituzionali che hanno a disposizione ben altri strumenti per aiutare chi ha perso tutto.

Un pensiero alle vittime e ai loro cari

mercoledì 10 agosto 2016

Sulle "cicciottelle",
i nani e le ballerine


Fui definito "nano digitale" per le mie caratteristiche fisicoprofessionali (168 cm di statura non sono certo misure da gigante) da un collaboratore interno di LINEA quotidiano.
L'estensore ebbe a pentirsene, passò un brutto quarto d'ora: la mia reazione non fu da gentiluomo.
Non lo fu perché non lo era stata neanche la modalità di diffusione, cioè: derisione alle spalle, ovvero DIFFAMAZIONE.
Se mi avesse deriso (INGIURIA) guardandomi in faccia, probabilmente ne avrei riso con lui e con i presenti.
E di gusto: la battuta era divertente, quasi geniale.

Il caso delle "cicciottelle" viene (giustamente, ma soltanto nelle modalità) catalogato come diffamazione a mezzo stampa.
Perché soltanto nelle modalità?
Perché è vero che lo "scivolone" stilistico (più che deontologico) si è consumato in assenza delle destinatarie dell'infelice categorizzazione, ma è pur vero che la reputazione delle interessate non è stata danneggiata: sono più simpatiche di prima a tutti (oltre che più note) e la "diffamazione" non era affatto destinata a pochi intimi.
Si potrebbe obiettare che ciò peggiorerebbe le cose, e in alcuni casi è vero, ma non in questo: la diffusione dell'infelice titolo non ha ridotto di una briciola la professionalità e la bravura delle atlete in questione.

Cattivo gusto? sicuramente.
Scuse? sicuramente.
Licenziamento in tronco? No, preferibile un declassamento, magari.

PS: tutti quelli che hanno chiamato nano Berlusconi, dalla Dandini ai Guzzanti, dove sono finiti?
Ah, già: quella è "satira"…

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Un ripassino per chi scrive castronerie:

Reato di INGIURIA (art. 594 c.p.):
offendere l'ONORE o il DECORO di una persona PRESENTE.
Reclusione fino a sei mesi o multa fino a € 516,46.

Reato di DIFFAMAZIONE (art. 595 c.p.):
offendere l'altrui REPUTAZIONE in ASSENZA della persona offesa.
Reclusione fino ad un anno e multa fino a € 1032,91.

Reato di CALUNNIA (art. 368 c.p.):
denunciare, querelare, incolpare – anche in forma anonima o sotto falso nome – presso l'Autorità competente, una persona che si sa essere innocente.
Reclusione da due a sei anni, salvo i casi di aggravante.

NB: non è necessario che sia iniziato un procedimento penale a carico della persona ingiustamente incolpata del reato: è sufficiente la sola potenzialità che un tale procedimento si avvii (avviso di garanzia e indagini preliminari) a prefigurarne il danno d'immagine (morale e materiale) e la conseguente richiesta di giustizia e/o indennizzo.

Per maggiori informazioni consultare il Codice di procedura penale.